È il cruccio di molti genitori: il figlio non studia; prende brutti voti; è disinteressato ad apprendere; va a scuola malvolentieri. Questa demotivazione allo studio genera tensioni in famiglia perché spesso i genitori non ne comprendono il motivo e mettono in atto reazioni che possono risultare inadeguate e controproducenti. Il che non fa che peggiorare il clima e generare nuove incomprensioni, senza risolvere il problema.
Per lo più i genitori si sentono disarmati di fronte a questa problematica: in molti casi reagiscono arrabbiandosi, sperimentano una sensazione di disorientamento e di inadeguatezza, faticano a trovare una spiegazione e può accadere che finiscano con il colpevolizzare il ragazzo o la ragazza, aumentando il rischio dell’incomunicabilità e della mancanza di comprensione.
Invece, molto spesso, dietro il disinteresse per lo studio ci sono motivazioni precise, di carattere emotivo, psicologico o relazionale, che, se ben affrontate e gestite, possono aiutare i ragazzi a ritrovare voglia di studiare, riportando nella famiglia un clima di serenità.
Che cos’è la demotivazione allo studio?
Forse te lo sei sentito dire anche tu: «Suo figlio è intelligente, ma non si applica». Molto spesso gli insegnanti usano questa espressione per definire un bambino o un ragazzo che a scuola non rende.
Che fare? Essere più severi? Essere più comprensivi? Mettersi o mettere qualcuno accanto al figlio per stimolarlo all’impegno? E scattano ansia, preoccupazione, insoddisfazione, nervosismo…
Forse può aiutarti sapere che la demotivazione allo studio è un problema abbastanza diffuso tra gli studenti di tutte le età e livelli di istruzione.
Le cause possono essere interne (per esempio mancanza di fiducia nelle proprie capacità, ansia, depressione, stanchezza, stress, senso di inadeguatezza, ansia da prestazione, difficoltà a concentrarsi) o esterne (un avvenimento doloroso, la pressione di genitori o insegnanti, un ambiente scolastico poco stimolante, la presenza di compagni o compagne svalutanti, la percezione di essere esclusi dal gruppo, avversione precostituita verso la materia di studio).
Anche i problemi familiari o personali e la mancanza di obiettivi chiari possono essere all’origine del mancato interesse per l’apprendimento scolastico.
Se non risolta, la demotivazione allo studio può influire negativamente sulla carriera degli studenti, sia a causa dei brutti voti, sia per la perdita degli anni scolastici, con significativi effetti sulla costruzione della propria identità.
Comunque, per risolvere il problema della demotivazione allo studio, arrabbiarsi o punire serve a ben poco. Occorre invece che insegnanti e genitori si sforzino di comprendere le motivazioni profonde e il disagio emotivo che stanno dietro il disinteresse del ragazzo e si impegnino ad aiutarlo ad identificare le cause del proprio stato d’animo, per affrontarle poi in modo efficace.
Quella che serve, in sostanza, è una collaborazione; un’alleanza per affrontare insieme le difficoltà.
Perché, mi viene da dire, spetta agli adulti il compito di fornire supporto; aiutare lo studente a sviluppare un progetto di formazione rispondente alle sue attitudini e ai suoi interessi, realistico e fattibile; incoraggiarlo; aiutarlo a fissare obiettivi chiari e raggiungibili; fornire un ambiente di studio positivo e stimolante.
Aiutarlo, insomma, a chiedere aiuto, ad aprirsi, a condividere le difficoltà anziché tenersi tutto dentro, isolarsi e, alla fine, gettare la spugna.
Come invogliare i ragazzi allo studio
Cercare, con delicatezza, di entrare nello stato d’animo dell’alunno è il miglior modo per capire la motivazione profonda che lo spinge a rifiutare la scuola o a viverla con tanto sforzo, dato che le cause possono essere molto personali.
Di conseguenza la soluzione andrà individuata caso per caso.
Ma tieni comunque conto che quasi mai il ragazzo rifiuta l’apprendimento in sé, perché apprendere è una propensione dell’essere umano, naturalmente portato alla curiosità e alla scoperta.
Quindi, se tuo figlio ti ha detto «non ho voglia di studiare» o vedi che a scuola va malvolentieri; ti dice che l’insegnante ce l’ha con lui o che non si sente integrato nell’ambiente; trova noiose le materie; non comprende lo scopo dello studio o non si sente all’altezza, non farti prendere dal panico o dall’ansia. Cerca di aiutarlo attraverso modalità di fronteggiamento che possano riaccendere in lui autostima, passione e curiosità.
È un impegno che ti richiederà tempo e sforzo, ma in base alla mia esperienza posso dirti che i risultati possono essere appaganti e duraturi.
Qui ti propongo alcune azioni che puoi mettere in campo subito:
- Crea un ambiente di studio confortevole e stimolante, ad esempio fornendo una scrivania e una sedia comode con buona illuminazione.
- Aiutalo ad utilizzare tecniche di studio più efficaci, come la creazione di mappe concettuali, di immagini chiave, studio in piccolo gruppo eccetera.
- Guidalo nella predisposizione di un piano di studi realistico e fattibile in base alle sue esigenze.
- Evita critiche svalutanti o giudizi eccessivi per i risultati negativi; loda i progressi e, soprattutto, gli sforzi.
- Sii paziente.
- Aiuta tuo figlio a pianificare il suo tempo in modo efficace, conciliando lo studio con lo sport e gli altri suoi interessi, evitando comunque un sovraccarico di lavoro.
- Mostra interesse per ciò che tuo figlio sta imparando e incoraggialo a parlare e condividere le sue emozioni.
- Tieni conto del fatto che ogni bambino ha un proprio ritmo di apprendimento: il successo accademico non deve essere l’unica misura o quella più importante del valore di tuo figlio.
- Cerca di essere coerente tra ciò che dici, pensi e fai: i bambini imparano osservando gli adulti.
- Ascoltalo. Se tuo figlio sta affrontando un momento critico offri il tuo aiuto o cerca un tutor che possa fornirgli supporto, in modo da evitare di accumulare lacune o di sentirsi inadeguato.
- Parla con lui o lei delle difficoltà che sta incontrando, evitando sempre le espressioni giudicanti. Valorizza sempre le sue risorse e i suoi punti di forza.
Una cosa che dico sempre quando un genitore viene a chiedermi aiuto è di “allargare lo sguardo”. Intendo: non esiste solo la scuola e lo studio.
È importante che il genitore incoraggi i propri figli a partecipare ad attività extrascolastiche che li interessano, poiché questo aiuta a mantenere alta la motivazione e a favorire un equilibrio tra studio e svago.
Può anche succedere che, inconsapevolmente, le dinamiche familiari, gli impegni quotidiani, l’organizzazione della casa, le aspettative dei genitori risultino incompatibili con i ritmi e gli interessi del ragazzo, il quale potrebbe vivere il rapporto con lo studio in maniera frustrante.
Tuttavia, se queste strategie non ottengono il risultato voluto; se il supporto degli insegnanti o del consulente scolastico non ha prodotto gli effetti desiderati, allora la psicoterapia può essere d’aiuto per fare in modo che tuo figlio ritrovi la motivazione a studiare.
I miei casi studio
Ti voglio raccontare due casi reali (utilizzando nomi di fantasia per tutelare la privacy) che possono esserti d’esempio di come si lavora in psicoterapia:
Marcello: è un ragazzino che frequenta la scuola media. È intellettivamente molto dotato, ma a scuola è distratto, disturba e fatica a seguire le lezioni.
Riceve molti richiami; dice ai genitori di non sentirsi ascoltato dagli insegnanti, che alcuni di loro ce l’hanno con lui, che in quella scuola sta scomodo. I genitori sono preoccupati, si relazionano con i docenti e fanno di tutto per convincere il figlio che le cose non stanno così. Ma la situazione non cambia. Marcello è demotivato.
In psicoterapia emerge un’altra e ben diversa visione della realtà. Marcello è alle prese con tutte le problematiche che riguardano la fase adolescenziale che sta appena iniziando a vivere. Queste problematiche gli creano tutta una serie di inquietudini ed insicurezze interiori che da solo non riesce ad affrontare e che interferiscono con l’impegno richiesto dalla scuola.
Lavorare su queste problematiche significa aiutarlo anche a ridefinirsi, anche nel suo rapporto con lo studio.
Ginevra: è una ragazza di 17 anni e frequenta la scuola superiore (liceo). E’ sempre stata una studentessa modello, disciplinata e costante nello studio, con ottimi risultati.
Gradatamente ha manifestato un calo di interesse per lo studio. Non di rado accusa uno stato di malessere e rimane a casa. Anche il suo rendimento è notevolmente diminuito.
I genitori indagano, fanno colloqui con gli insegnanti e parlano con la figlia, ma un motivo preciso non emerge. La causa sembra da attribuire alla rottura di una relazione sentimentale con un ragazzo, della quale ben poco si sa.
Ma in psicoterapia, dove Ginevra è stata inviata dai genitori emerge un’altra ragione: il motivo della perdita di motivazione per lo studio da parte della ragazza deriva dalla preoccupazione di sentirsi quasi “obbligata”, una volta finita la scuola superiore, a frequentare all’Università la facoltà indicata dai genitori, in linea con la tradizione di famiglia.
Ginevra vuole fare ben altro nella vita, ma non ha il coraggio di dirlo alla sua famiglia, ha paura di deludere le loro aspettative e di non essere una brava figlia. È questo il terreno sul quale lavorare.
Che cos’è la motivazione?
La motivazione è quel processo psicologico che induce un individuo a intraprendere un’azione o a raggiungere un obiettivo. È un processo complesso che coinvolge una serie di fattori, tra cui bisogni, desideri, obiettivi, aspettative e valori.
Molti psicologi e sociologi ne hanno dato un’interpretazione e una definizione.
Secondo la teoria di Abraham Maslow (gerarchia dei bisogni), ad esempio, la motivazione è determinata dall’esigenza di soddisfare dei bisogni: da quelli umani fondamentali (e quindi fisiologici), a quelli di sicurezza, di appartenenza, di stima, fino a giungere all’autorealizzazione.
Altri teorici, invece, si sono concentrati sulla motivazione come risultato del rinforzo e come forma di condizionamento, per cui gli individui sono motivati a compiere determinate azioni in base alle gratificazioni o alle punizioni che le stesse producono.
Altri ancora definiscono la motivazione come l’«insieme di fattori che orientano le nostre azioni in previsione di un preciso scopo»; come «l’aspetto dinamico che sta alla base della condotta umana»; o ancora come la «modalità di utilizzazione dell’energia psichica necessaria per l’avvio e il mantenimento di una certa attività».
In ogni caso, in psicologia la motivazione viene studiata come un fattore determinante del comportamento umano.
Gli psicologi ne studiano le caratteristiche in vari contesti – nell’educazione, nel lavoro, nello sport, nelle relazioni – per capire come sviluppare la motivazione nelle persone, affinché possano raggiungere gli obiettivi prefissati e sentirsi realizzate.
Quindi la motivazione è un processo fondamentale per il successo in tutte le aree della vita, perché aiuta la persona a raggiungere i propri obiettivi, a superare le sfide e a vivere una vita piena e soddisfacente.
Ecco perché è importante ritrovare (o far ritrovare) la motivazione.
Generalmente, la motivazione si divide in due macro categorie:
- la motivazione intrinseca: quella che viene dall’interno dell’individuo, senza bisogno di alcuna spinta esterna. Ad esempio, una persona può essere motivata a imparare una nuova lingua perché le piace viaggiare.
- la motivazione estrinseca: quella che viene come spinta dall’esterno (un premio, un voto alto, una punizione, un avanzamento di carriera).
Come ritrovare la motivazione
La psicoterapia può essere un modo efficace per ritrovare la motivazione in vista dell’autorealizzazione.
Il terapeuta, infatti, può aiutare a identificare le cause della mancanza di motivazione – sia che si tratti di te, sia che si tratti di una persona cara, nel caso specifico un figlio – a sviluppare strategie e ad individuare le risorse individuali per superare questa difficoltà.
L’approccio sistemico relazionale, quello nel quale sono specializzata, è particolarmente indicato per combattere la demotivazione in quanto prende in considerazione tutto il sistema nel quale il ragazzo vive, i miti, la cultura, i mandati che gli sono pervenuti attraverso le generazioni che lo hanno preceduto e che il genogramma trigenerazionale porta chiaramente alla conoscenza.
L’obiettivo è quello di promuovere il cambiamento della percezione della realtà, guardandola da più punti di vista, così da favorire quella consapevolezza capace di trasformare i pensieri e i comportamenti negativi e disfunzionali in positivi e funzionali, dentro il proprio contesto di riferimento (familiare, lavorativo o sociale). Per ritrovare la motivazione ad accrescere le proprie conoscenze e competenze, la fiducia in sé stessi e nelle proprie risorse.
Inoltre, sotto la guida di una psicoterapeuta è più facile non solo stabilire obiettivi realistici, ma anche sviluppare con costanza un piano d’azione per raggiungerli. Ciò significa che avrai una direzione più chiara da seguire per affrontare le difficoltà di tuo figlio, per aiutarlo a superare il momento critico e per accompagnarlo verso il successo scolastico.
In conclusione, una buona psicoterapia ti guida attraverso quattro step:
- identifica le cause della mancanza di motivazione;
- sviluppa le strategie per superare le difficoltà (tecniche di rilassamento, gestione del tempo, abilità di problem-solving, compiti specifici….);
- stabilisce obiettivi realistici, cioè misurabili, raggiungibili, rilevanti e temporalmente definiti.
- promuove il comportamento positivo.
Non devi essere solo o sola ad affrontare un problema complesso come quello della demotivazione allo studio di tuo figlio o di tua figlia. Una buona psicoterapia può rappresentare proprio il sostegno di cui hai bisogno.
Parlane con me: il primo colloquio è gratuito.